Alla base delle idee vincenti di Luca Di Francescantonio ci sono il segno, il simbolo e la conseguente sintesi tra eleganza e concetto. «L’idea progettuale – spiega – nasce da un’attenta percezione di chi richiede un marchio, della sua filosofia di vita, del suo metodo, della sua visione. Tutto questo si traduce in una sintesi di linee e colori in seguito a molte ore di progettazione e riflessione sullo stile, sull’estetica e sul concetto da creare. È puro design, qualcosa di simile all’arte, ma più finalizzato alla comunicazione del lavoro».
C’è di fatto una sempre maggiore tendenza a definire la propria identità e il proprio operato con un marchio. Che sia riconoscibile e comunicativo. «La necessità di avere una propria identità per distinguersi e promuoversi in un mare immenso di impulsi nei social e nel reale – dice il pubblicitario – parte da una maggiore consapevolezza. Molti desiderano avere la firma del proprio sogno. Il marchio è la loro firma, il primo passo del sogno imprenditoriale. Un segno che rimarrà nella loro vita e nella quotidianità di chi incontrerà quel marchio».
L’interesse della società contemporanea per il design nasconde, con molta probabilità, un cambiamento culturale avvenuto negli ultimi anni che ha inciso, come spiega Luca Di Francescantonio, sulla «sensibilità artistica e sul concetto di contemporaneo. Viviamo tempi particolari. Per qualcuno potrei essere snob nel dire che il design è una cosa e l’arte un’altra. E che non c’è nessun artista che riesca a interpretare l’attuale contemporaneo, da alcuni anni a questa parte, di quanto invece il design riesca. E l’architettura. Ma non c’è altro oggi che mi riporta alla rivoluzione e all’interpretazione della società attuale come un Caravaggio di secoli fa o un Pollock o un Damien Hirst di pochi anni fa. È una mia visione ma credo che la società attuale sia più facilmente interpretata dal design, ovvero dalla bellezza di ciò che portiamo e abbiamo attorno, creando così una cultura del bello e dell’utile con concetto».
L’identità del singolo, espressa attraverso il design, cattura l’attenzione di una società che ragiona in termini sempre più globali. «Lo fa nel bene e nel male – commenta il designer – Un simbolo rimane nell’inconscio, come quello di famose aziende di sneaker o di panini, perché incide sullo strato sociale e lavorativo di una determinata regione territoriale. Questo può portare a rendere un marchio criticabile o aderente alle esigenze della società. Ecco perché ci avviciniamo sempre di più al cosiddetto ‘civic brand’».
Luca Di Francescantonio, che è anche docente di cultura grafica, pone infine l’attenzione sull’aspetto della formazione. «La formazione – sostiene – conta molto, bisogna avere professori di esperienza, e io li ho avuti, e fare esperienza partendo dalle tipografie e dagli studi già affermati. Poi la creatività è personale. E’ una serie di assimilazioni che avvengono per curiosità o per apprendimento. Col passare degli anni è questo che ti permette di trovare la sintesi e la guida. Per me dipende da ciò che leggo, da ciò che vedo e da ciò che ascolto. La creatività si attiva nel momento in cui vuoi trovare un nesso elegante tra le cose».
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