L’Accademia d’Abruzzo si chiede con lo storico dell’economia Costantino Felice ed altri relatori d’eccezione se l’Abruzzo è rappresentato solo dal pastore dannunziano e dal cafone siloniano o se vi è ben altro a sorreggere l’armatura sociale ed economica della nostra regione.
PESCARA – Venerdì pomeriggio 5marzo 2010, presso la sala delle
Mai prima del 6 aprile 2009 l’Abruzzo aveva conosciuto tanta notorietà internazionale: potenza non solo distruttiva di un terremoto. Ma qual è l’immagine dell’Abruzzo rimbalzata da un capo all’altro della terra, nei giorni e nelle settimane seguiti al sisma? Quali le trame narrative – ovvero i discorsi pubblici – che vi hanno intessuto sopra il potere e l’informazione? Raramente si è assistito a un’esplosione di stereotipi identitari così enfatica e insistita. Lo slogan di un ‘Abruzzo forte e gentile’ è stato quello più supinamente reiterato e condiviso, ma anche l’immagine del pastore dannunziano e del cafone siloniano hanno fatto la loro parte. Nel corso dei secoli, infatti, la presenza di una natura particolarmente aspra e ostile ha indotto a declinare la storia dell’Abruzzo, e del Sud Italia in genere, in base ai difficili processi d’interazione tra uomo e ambiente. Ma in che misura l’imponente geografia dei luoghi e le dinamiche socioeconomiche che ne sono derivate hanno forgiato il carattere degli abitanti, condizionandone scelte e comportamenti? Se ne può desumere una peculiare identità regionale?
L’occasione del terremoto, come evento estremo in cui si rivelano le vere caratteristiche di un popolo, esorta lo storico Felice a rivisitare in maniera succinta le fondamentali tappe dell’evoluzione abruzzese, sostenuto nel suo intento anche dal prof. Mattoscio che ha illustrato lo sviluppo dell’economia e dei saperi abruzzesi fin dall’antichità. Una regione ricca non solo di pastori e agricoltori ma anche di manufatti esportati all’estero già dagli Aragonesi i quali diffusero i prodotti abruzzesi fino a Firenze, agevolati dal sistema dei tratturi che partendo dalla Puglia attraversavano la nostra regione con destinazione la città toscana e da lì rimbalzati ad Amsterdam. Nel Medioevo la nostra regione era ben inserita nell’economia nazionale con le produzioni ed esportazioni dello zafferano e della lana: i capi tessuti a Palena si vendevano nei mercatini di Londra. Ciò delinea la presenza, già dal passato, di un’agricoltura e di una pastorizia, tipica della nostra terra, complementare all’industria e all’artigianato e non il contrario. A fonte di tale considerazioni, a dire dello storico Felice e dell’economista Mattoscio, non esiste un’unica ed assoluta verità delineante l’identità dell’Abruzzo, bensì un complesso di sfaccettature. I tratti identitari della comunità regionale, espressi recentemente, sono patrimonio dunque di quadri ambientali e decantazioni culturali e folkloristiche che hanno evidenziato solo una particolarità e non tutto l’insieme eterogeneo dell’identità abruzzese.
Causa della diffusione di tali convenzioni e finanche di banalità e luoghi comuni risiede, a parere del prof. Felice, nella mancanza di una componente intellettuale forte e nell’affermazione di altre discipline sulla storia:
…la storia si è sciolta nell’antropologia, nella psicologia e nella politica scatenando il sussistere dei stereotipi che in Abruzzo ci sia solo il cafone descritto da Silone in Fontamara o i pastori di d’Annunzio nelle Novelle della Pescara o ancora i tratteggi di Ennio Flaiano; sottovalutando pure un altro aspetto che questi personaggi potrebbero riferirsi altresì a contesti più generici: ad esempio il cafone di Silone è qualunque uomo sfruttato in qualunque luogo non solo nel Fucino di siloniana memoria. Senza nulla togliere, dunque ai capolavori di illustri letterati ospitati nella nostra terra, vi è stata e continua ad esserci anche una consistente componente economica e tecnico-scientifica caratterizzante il nostro territorio come ad esempio il cugnolese Sergio Marchionne, oggi amministratore delegato della FIAT.
Per concludere con il pensiero di Benedetto Croce, il paradigma identitario configurerebbe generazioni ed individui non come figli dei luoghi ma come figli del tempo ovvero l’identità non esisterebbe a priori in una modalità contestualizzata, ma ognuno si costruisce la propria identità.
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