Sofia parla a nome di migliaia di micro e piccole imprese che animano le attività di vicinato, l’artigianato, i servizi di prossimità: quel tessuto minuto che tiene vivi i centri storici, garantisce occupazione stabile, presidio sociale, sicurezza e qualità della vita. Ed è proprio questo patrimonio diffuso a essere sotto pressione. I numeri che circolano, e che diverse fonti confermano, raccontano un Abruzzo già segnato da una presenza della GDO tra le più alte d’Europa in rapporto agli abitanti. Nel quinquennio 2019-2024 avrebbero chiuso oltre cinquemila attività, quattromila delle quali nel commercio al dettaglio, con una perdita stimata di tremila posti di lavoro. Un’emorragia che non riguarda solo l’economia, ma la struttura stessa delle comunità.
Il punto critico è la data che incombe: 1° gennaio 2027. Senza un Piano regionale del commercio approvato entro i termini, si aprirebbe la strada a nuove localizzazioni di grandi superfici senza alcun filtro, in un contesto già saturo e fragile. Per CNA Abruzzo non è un rischio teorico, ma una prospettiva concreta che si somma ad altre pressioni: l’avanzata dell’e-commerce globale, l’aumento dei costi energetici e logistici, lo svuotamento progressivo dei centri urbani.
Da qui la richiesta di accelerare. Il Piano, sostiene Sofia, deve poggiare su dati aggiornati e territorializzati, distinguere con chiarezza tra rigenerazione dell’esistente e nuove espansioni, proteggere borghi, aree interne e città costiere, e soprattutto coinvolgere in modo strutturato le rappresentanze delle imprese. Non una chiusura corporativa, ma la richiesta di regole certe e coerenti, capaci di tenere insieme commercio, servizi, turismo, artigianato e comunità.
In un Abruzzo che rischia di vedere moltiplicarsi grandi contenitori commerciali mentre si spengono le insegne dei negozi di prossimità, la pianificazione non è più un atto tecnico: è una scelta di modello di sviluppo. E il tempo, ormai, è la variabile più scarsa.
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