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Il Centro profughi di Roio

da Redazione Abruzzonews

Colonia

L’AQUILA – Nel mese di dicembre del 1945, con decreto del prefetto di L’Aquila, furono requisiti i locali dell’ex Colonia Montana IX maggio ubicati sulla collina di Monteluco, affinché venissero utilizzati come centro raccolta profughi.

Il fabbricato, di proprietà dell’Ente Nazionale per l’Assistenza alla Gente del Mare, fu concesso in locazione attraverso il pagamento di un canone annuo. G. Ricottilli, quale direttore provinciale, vi organizzò il “Centro di Roio” in cui furono raccolte sino ad un migliaio di persone, tra le quali trovarono momentanea sistemazione, sul finire degli anni Quaranta, anche decine di esuli giuliani. Fu dunque in tale precario contesto che si vennero a trovare i rifugiati prima di porre in essere una nuova vita, tra le difficoltà di una Nazione completamente devastata dalla guerra.

L’ospitalità, in tale plesso assistenziale, era concessa in virtù del riconoscimento dello stato di esiliato. Pertanto, su richiesta dell’autorità di governo, era necessario produrre, per sé e per i propri familiari, una domanda di riconoscimento della “qualifica di profughi”. Per comprendere meglio il fenomeno della diaspora istriana è bene fare un breve cenno storico dei luoghi e della gente di cui si parla. Le prime popolazioni slave (serbi e poi i croati) giunsero tra il VII e il IX secolo nell’antica regione peninsulare di epoca augustea: la X Regio “Venetia et Histria”.

Bisognerà però attendere l’Ottocento, con la primavera dei popoli (1848-49) e la contemporanea crisi delle monarchie europee, che il concetto di appartenenza nazionale fosse recepito anche dalle masse, fino a quell’epoca rimaste (e tenute volutamente) estranee alle decisioni dei loro rispettivi governi. Questi eventi si inserirono perfettamente nella millenaria lotta per il predominio del versante orientale dell’adriatico che, grazie alla spinta nazionalista dei totalitarismi del ‘900, ebbe l’epilogo a tutti noi tristemente noto.

L’inizio delle frizioni tra le etnie italo – slave, che sfociarono poi in veri e propri atti di repressione, furono figlie di altre oppressioni che maturarono sotto il governo asburgico e si concretizzarono con l’instaurazione dell’autoritarismo in Italia (naturalmente avendo come parte lesa, vicendevolmente, entrambe le etnie). Sul finire del 1945, appena liberata l’Italia dall’occupazione nazista, centinaia di migliaia di abitanti dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia iniziarono la loro tragica vicissitudine. Gli autoctoni di quella penisola di origine italiana (e non solo) furono privati di ogni bene e costretti dai combattenti iugoslavi a fuggire e ad abbandonare le terre natie. Numerosi perseguitati, strappati dalle loro case e dagli affetti, perirono; alcuni furono gettati ancora in vita, dopo sevizie e torture (sulle cui modalità è meglio sottacere), nelle cavità carsiche (Foibe) o vennero deportati nei campi di concentramento.

L’esodo istriano non può essere decontestualizzato dagli intrecci politici, ideologici, espansionistici e bellici dell’epoca, che si tradussero nell’uso indiscriminato della forza per sopraffare e umiliare un popolo, in questo caso giuliano – dalmata, completamente privato della sua dignità. Atteggiamenti violenti che tuttora, inequivocabilmente, si ripetono in forme diverse, ma con la stessa matrice razzista, in varie parti del mondo, i cui precari contesti sociali generano reazioni incontrollate che sfociano spesso nel nazionalismo. Tale vocabolo è divenuto antitetico al sincero, pacifico e appassionato legame che il cittadino ha per il proprio Paese.

Il neologismo “infoibare”, per i motivi di cui sopra, è tristemente entrato a far parte del linguaggio comune. A questo termine è opportuno associarvi la foiba di Basovizza, luogo in cui si sono perpetrate siffatte atrocità, divenuta l’emblema, uno dei tanti, della stoltezza umana. Aldilà delle diverse opinioni nazionaliste espresse da due esponenti dalmati di fine Ottocento, Antonio Bajamonti e Ljudevit Vuličević, rimangono i deplorevoli accadimenti che entrambe le etnie ebbero a patire. Avvenimenti che non possono non essere condannati da un’opinione pubblica che abbia a cuore la pacifica convivenza dei popoli.

(a cura di Fulgenzio Ciccozzi)