“Due passi sono” in Abruzzo: oggi all’Aquila, il 28 febbraio a Ortona

L’AQUILA – Continua la tournée di “Due passi sono” (premio Scenario Ustica), lo spettacolo di Carullo-Minasi, prodotto dal Castello di Sancio Panza di Messina , che farà due tappe in Abruzzo:oggi, 26 febbraio all’Aquila al Teatro Nobelperlapace di San Demetrio, per la rassegna “Strade”, ideata da Giancarlo Gentilucci e il 28 febbraio a Ortona  al Teatro Tosti,  per la rassegna “Respiri di scena” del Teatro del Krak , alle ore 21.15.

Regia, testi e interpretazione di “Due passi sono” sono di Giuseppe Carullo e Cristiana Minasi, reggino lui, messinese lei; scene e costumi di Cinzia Muscolino; disegno luci di Roberto Bonaventura; aiuto regia di Roberto Bitto; produzione del Castello di Sancio Panza di Messina.

Lo spettacolo presenta due piccoli esseri umani, goffi e teneri, coraggiosi e combattivi, impegnati nella difficile battaglia dell’esistenza. La motivazione con cui è stato assegnato il premio Scenario Ustica dalla giuria presieduta da Isabella Ragonese descrive molto chiaramente lo spettacolo: «Laddove la quotidianità ha preso le sembianze della patologia, due piccoli giganti combattono una dolce e buffa battaglia per imparare a non fuggire dalla vita, usando le armi della poesia e dell’autoironia. Ma la struggente consapevolezza del limite, anziché spegnere desideri e speranze, diventa per loro il grimaldello con cui forzare la porta del futuro. Libertà è uscire dalla gabbia dorata di bugie protettive che impediscono di spiccare il volo a un’intera generazione.

Due passi sono per varcare quella soglia: si chiamano amore e dignità, guadagnati sul campo da un Romeo e Giulietta in miniatura, che non hanno paura di dormire per finta e sognare per davvero quella vita a lieto fine di chi, suo malgrado, ha assaggiato la morte».

“Due passi sono” è stato accolto con grande calore sia dal pubblico sia dalla critica, a Milano come a Reggio, che ne apprezzano l’originalità dell’ispirazione, la freschezza teatrale, l’ironia impegnata, la descrizione paradossale e sentita di una generazione problematica.

Carullo e Minasi descrivono così il loro spettacolo: «Un uomo e una donna dalle fattezze ridotte, si ritrovano sul grande palco dell’esistenza, nascosti nel loro mistero di vita che li riduce in uno spazio stretto, dall’arredamento essenziale, stranamente deforme, come l’immaginario dei bimbi in fase febbricitante. Attraversano le sezioni della loro tenera per quanto altrettanto terribile, goffa e grottesca vita/giornata condivisa. Sembrano chiusi dentro una scatoletta di metallo, asettica e sorda alle bellezze di cui sono potenziali portatori, ma un “balzo” – nonostante le gambe molli – aprirà la custodia del loro carillon. Fuoriescono vivendo il sogno della vera vita, con la grazia e l’incanto di chi ha imparato ad amare la fame, la malattia, dunque i limiti dello stare».

Il Castello di Sancio Panza nasce nel marzo 2003 in Sicilia, a Messina. Si scelgono i luoghi di questa terra, carichi di storia, come chiavi di nlettura e come fucine da cui far sprigionare parole, danze, luci, suoni. Parole concatenate le une alle altre perché meglio esprimono il disagio, il dolore di chi guarda, assaggia e vorrebbe scuotere questo mondo agonizzante, partendo dalla convinzione che il primo, essenziale passo verso uno spiraglio di luce, sia la presa di coscienza di se stessi e delle proprie responsabilità come esseri umani in mezzo ad altri esseri umani. Luci come queste perché il sole sulle pietre della spiaggia evoca i racconti lontani di vecchie nonne sul ciglio di una strada; e si torna qui perché è solo scendendo verso le proprie origini, toccando, anche a costo di farsi male, le proprie radici, che è possibile avere e dare un nome a tutto quello che ci circonda. Il silenzio, i colori ed i gesti che un artista può ritrovare in angoli come questo sono unici e forse agli occhi di qualcuno persino incomprensibili. Ma chi sceglie di render propri “spazi” e “tempi” tanto lontani dalla frenesia delle nostre soffocanti città, sceglie di concentrare i propri sforzi in un silenzio di cui l’attore ha bisogno, per il suo rigoroso e meticoloso lavoro da “operaio”, perché anche questo è l’attore: un uomo che ascolta tutto il silenzio anelando a divenire, seppure per un solo istante, semplice strumento di quell’espressione del sublime che è il teatro.