
L’AQUILA – Nel suo intervento per l’80° anniversario del 2 giugno 1946, Stefania Pezzopane ha riportato al centro della scena il ruolo decisivo delle donne nel primo voto repubblicano. Un passaggio storico che, nelle sue parole, non fu solo una conquista politica, ma un atto di dignità collettiva.
“Ottant’anni fa, il 2 giugno 1946, milioni di donne italiane entrarono nella storia. Per la prima volta votarono da cittadine, non da spettatrici. Scelsero la Repubblica, e con essa un nuovo inizio. Andarono al seggio con il vestito della festa, come nel film di Paola Cortellesi: non leggerezza, ma la dignità solenne di chi sa di attraversare un confine della storia”.
Pezzopane ha ricordato come quel voto rappresentò una rottura netta con il passato e con la monarchia che aveva accompagnato l’Italia nel baratro del nazifascismo. A quelle donne, ha sottolineato, va oggi una riconoscenza che non deve mai affievolirsi. Un pensiero particolare è stato rivolto a Maria Federici Agamben, omaggiata a L’Aquila: una delle protagoniste della stagione costituente e una delle sole cinque donne presenti nella Commissione che scrisse la Costituzione.
Nel suo intervento, Pezzopane ha richiamato una delle frasi più note della Federici: “Ogni conquista civile è fragile se non viene continuamente difesa dalla coscienza e dall’azione dei cittadini”. Parole che, ha osservato, restano attualissime e indicano la responsabilità collettiva di custodire ciò che è stato ottenuto.
Ripercorrendo le tappe fondamentali degli ultimi decenni, Pezzopane ha ricordato conquiste che hanno cambiato la vita delle donne italiane: il diritto al lavoro, l’accesso a professioni prima precluse, il divorzio, l’interruzione volontaria di gravidanza, la riforma del diritto di famiglia, le norme contro la violenza maschile e il femminicidio. Diritti che hanno reso possibile una parola semplice e rivoluzionaria: scelta.
Ma il suo discorso ha toccato anche una criticità attuale: l’allontanamento di molte donne dalle urne. “Oggi, però, troppo spesso il voto rischia di diventare distanza. Troppe donne si allontanano dalle urne, come se quel diritto non fosse più una conquista da vivere, ma una libertà da lasciare in disparte. Il voto non è mai stato solo un diritto: è un modo di esserci nel mondo. E ogni volta che non lo si esercita, si rende un po’ più silenziosa la democrazia. Riprendiamo quelle schede in mano con lo stesso desiderio di cambiamento del 2 giugno 1946.”
Il messaggio finale è un invito alla responsabilità quotidiana, alla pratica dell’uguaglianza come impegno costante. “Quel primo 2 giugno ci ha affidato un compito: ricordare che l’uguaglianza non si eredita, si pratica. Nei giorni di tutti i giorni. E in quell’atto semplice e decisivo che è il voto. Grazie a quelle magnifiche donne, alle nostre madri costituenti. Viva la Festa della Repubblica”.
Un discorso che intreccia memoria, gratitudine e impegno civile, restituendo al 2 giugno il suo significato più profondo: una scelta di libertà che continua a chiedere partecipazione.