Teatro Massimo: è di scena Filumena Marturano

PESCARA – Da ieri ,8 marzo e fino a domani 10 marzo, è rappresentata , al Teatro Massimo di Pescara, la commedia di Eduardo De Filippo “FILUMENA MARTURANO”, l’evento più atteso della stagione teatrale 2009-2010, con Lina Sastri e Luca De Filippo per la regia di Francesco Rosi.

Dare l’impressione allo spettatore che in scena o davanti ad una macchina da presa i personaggi stiano inventando le battute nella maniera più spontanea e vera possibile, è l’obiettivo di registi e attori che desiderano riprodurre la realtà al di là di ogni mestiere e finzione. Per riuscire in questo risultato occorre la complessità e la verità umana dei personaggi rappresentati. Tra le commedie di Eduardo De Filippo, Filumena Maturano è quella più rappresentata nel mondo in tante lingue diverse. In ognuna lo spettatore ha riconosciuto la verità delle ragioni umane dei personaggi.

Filumena Marturano, ex-prostituta, tolta dal postribolo da un napoletano borghese e benestante, Domenico Soriano, tenuta per venticinque anni nella casa di lui come amante, pur se in condizioni d’inferiorità, autrice di uno stratagemma per farsi sposare “in extremis” da Soriano, il quale vuole porre invece fine al legame perché si è innamorato di una giovane che vuole sposare.
Ha dichiarato Eduardo:
Filumena Maturano è una commedia sociale vuole essere la riabilitazione di una categoria di donne, vuole essere un grido di ribellione in questo mondo sconvolto e turbinoso che ci ha lasciato la guerra.
Filumena, figlia del popolo, conduce il filo del dramma con l’aggressività di un personaggio tragico, segnato dalla sofferenza della vita di miseria dei vicoli di Napoli. Nel basso dove viveva tutta in un solo letto la famiglia “una folla… sempre in urto l’uno con l’altro ci coricavamo senza dirci buonanotte, ci svegliavamo senza dirci buongiorno, una parola buona me la disse mio padre: Ti stai facendo grande e qua non c’è da mangiare, lo sai?… la famiglia mia non so che fine ha fatto. Non lo voglio sapere. Non me lo ricordo!”.
Lo stratagemma pensato per farsi sposare e riconoscere i figli è una rivendicazione del suo sentimento di maternità. Filumena ha tre figli, avuti da tre uomini diversi, di cui due rimasti ignoti. Li ha voluti, li ha cresciuti, li ha assistiti, rimanendo nell’ombra senza mai rivelarsi come madre. Solo di uno è sicura la paternità, il figlio di Domenico Soriano, ma Domenico non lo sa e Filumena non glielo dirà mai, in nome della triplice maternità che difende con violenza perché “i figli sono i figli e devono essere tutti uguali”. Filumena si batte perché Soriano dia il nome al suo figlio naturale, ma anche agli altri due.
“Dimmelo chi è mio figlio, la carne mia, il sangue mio. Me lo devi dire per te stessa per non dare l’impressione che fai un ricatto, io ti sposo lo stesso, te lo giuro”. Alle ripetute, sincere, imploranti richieste di Domenico, Filumena risponde con una provocazione: “Lo vuoi sapere?! È Michele, l’idraulico”. Domenico ci crede, fa progetti per aiutarlo, è un operaio, ha più bisogno d’aiuto degli altri. Ma Filumena ha mentito: “È Umberto, lo studente”. E ancora mente: “É Riccardo, il camiciaio”. Filumena sembra voler prendere in giro Domenico, ma non è cosi, sono invece le sue ragioni che difende con determinazione. “…ti ho voluto bene con tutta la forza della vita mia e come hai voluto tu… e ancora ti voglio bene, forse meglio di prima: non me lo chiedere più. Tu devi essere forte… soprattutto per te io non te lo dico. Cominceresti a pensarci: e perché non glielo posso dire che sono il padre? E gli altri due che sono, che diritto hanno? L’interesse li metterebbe uno contro l’altro. Sono tre uomini, non sono tre ragazzi. Sarebbero capaci di uccidersi tra di loro… non pensare a te, non pensare a me… pensa a loro”.
Ma Domenico si sente giocato. È furibondo. Il matrimonio non si farà. Ognuno per la sua strada, Filumena con i suoi figli, Soriano per suo conto. Ma interviene a risolvere la situazione un inatteso colpo di scena che fa precipitare repentinamente il terzo atto verso la conclusione: i tre ragazzi si rivolgono a Domenico chiamandolo “papà”, Domenico è preso da una profonda commozione, si arrende, scopre il sentimento paterno assieme alla generosità di un disinteressato altruismo che gli fa accettare i due figli non suoi e rinunciare, non senza sofferenza, a sapere chi è il suo figlio naturale. Filumena ha vinto. Quando, dopo il matrimonio, marito e moglie restano soli, al pianto liberatorio di Filumena, corrisponde la tenerezza e l’amore di Domenico. “Ti sei messa paura… hai corso… sei caduta… ti sei alzata… ti sei arrampicata… hai pensato, e il pensare stanca… Adesso non devi correre più, non devi pensare più… Riposati. I figli sono figli e sono tutti uguali. Filumè, hai ragione tu”.