PESCARA – Ha iniziato a suonare a dieci anni, incoraggiato dal nonno che gli regalò la prima fisarmonica e sostenne i suoi studi musicali. Oggi Simone Pieramico ha 22 anni, frequenta il Conservatorio “Luisa D’Annunzio” di Pescara e suona la fisarmonica e l’organetto, strumento più noto in Abruzzo come “ddubbotte”.
Al centro del suo percorso c’è proprio il ddubbotte: uno strumento capace di raccontare l’identità di un territorio, custodire la memoria familiare e creare momenti di vicinanza anche nei luoghi segnati dalla sofferenza e dalla solitudine.
Dal 2 novembre al 2 dicembre Simone sarà in Argentina per un’importante esperienza artistica e culturale. Il momento centrale del viaggio sarà la partecipazione, dall’8 al 17 novembre, alla quarantesima edizione della Festa della Collettività di Rosario, manifestazione internazionale che ogni anno richiama oltre due milioni di visitatori e vede la presenza di più di quaranta nazioni e regioni del mondo.
L’evento è organizzato dal Comune di Rosario, dall’Ente Turistico Rosario e dall’Asociación de Colectividades Extranjeras de Rosario (ACER), organismo che riunisce le numerose associazioni rappresentative delle comunità di immigrati presenti nella città.
L’Italia avrà un ruolo centrale grazie a un grande spazio dedicato, denominato “6 Italia”, nel quale troveranno posto gastronomia, cultura e musica. Invitato dalla Famiglia Abruzzese di Rosario, Simone rappresenterà l’Abruzzo e la città di Pescara attraverso il suono del ddubbotte, i canti e i balli della tradizione popolare regionale. La partecipazione è patrocinata dal Comune di Pescara e dal Consiglio regionale dell’Abruzzo.
Simone, quando è nato il tuo rapporto con la fisarmonica e con il “ddubbotte”?
«Ho iniziato a suonare a dieci anni, seguendo le lezioni di un maestro di Penne. Suono la fisarmonica e l’organetto, conosciuto in Abruzzo come “ddubbotte”, ma tutto è cominciato grazie a mio nonno. È stato lui a regalarmi la prima fisarmonica e a sostenere economicamente i miei studi. Mi ripeteva sempre che avrei dovuto imparare a suonare uno strumento. Prima di venire a mancare mi regalò anche un altro strumento e mi pagò le lezioni di fisarmonica. Per questo, ancora oggi, ogni volta che suono il pensiero torna a lui. La musica è profondamente legata al suo ricordo»
Oggi il tuo percorso prosegue anche attraverso lo studio al Conservatorio. Come stai sviluppando la tua formazione?
«Frequento il Conservatorio “Luisa D’Annunzio” di Pescara, dove studio con il maestro Adriano Ranieri. È un percorso che mi consente di approfondire la tecnica e di crescere musicalmente senza perdere il legame con la tradizione popolare abruzzese. Il mio obiettivo è valorizzarla e farla conoscere attraverso un linguaggio capace di raggiungere anche le nuove generazioni».
Da questa volontà è nata anche l’associazione culturale “Radici Sonore”. Qual è il suo obiettivo?
«Ho costituito l’associazione culturale “Radici Sonore” per promuovere e diffondere la musica popolare abruzzese. Il nome racchiude il significato del progetto: le radici rappresentano la nostra storia e la nostra identità, mentre la musica permette a queste radici di continuare a vivere e di incontrare persone e generazioni diverse».
Nel tuo progetto la musica assume anche una forte funzione sociale.
«Per me la musica popolare possiede una forza particolare: riesce a creare vicinanza, energia e condivisione. Per questo porto i miei strumenti nelle strutture residenziali, negli ospedali e negli asili. Vorrei raggiungere soprattutto i luoghi nei quali si trovano persone che vivono condizioni di sofferenza o solitudine. Considero la musica una vera e propria terapia dell’anima, perché può regalare serenità e far sentire le persone meno sole, anche solo per qualche momento».
A novembre porterai questa esperienza in Argentina. Come è nata la partecipazione alla Festa della Collettività di Rosario?
«Sono stato coinvolto e invitato dalla Famiglia Abruzzese di Rosario, un’associazione che mantiene vivo il legame con la nostra regione e tramanda la cultura delle origini alle nuove generazioni. Parteciperò alla Festa dall’8 al 17 novembre e avrò l’opportunità di rappresentare l’Abruzzo e Pescara attraverso il suono del ddubbotte, i canti e i balli popolari. Per me sarà un grande onore, ma anche una responsabilità: porterò con me non soltanto uno strumento, ma una parte importante della nostra identità».
La tua permanenza in Argentina, però, durerà un mese. Che cosa è previsto dopo la Festa?
«Rimarrò in Argentina dal 2 novembre al 2 dicembre. Dopo la conclusione della Festa, il progetto proseguirà con altre iniziative e con l’intenzione di portare la musica anche nei contesti nei quali possa assumere un valore umano e sociale ancora più forte. Vorrei raggiungere persone che vivono situazioni di sofferenza o solitudine e creare occasioni di incontro attraverso la musica».
Che cosa significa per te esibirti davanti ai discendenti degli emigrati abruzzesi?
«Significa riportare loro un suono che appartiene alla storia delle famiglie e alla memoria dei luoghi d’origine. Molti discendenti degli emigrati non hanno mai vissuto in Abruzzo, ma conservano un legame profondo con la terra dei propri nonni e bisnonni. La musica può accorciare le distanze e far riaffiorare emozioni, ricordi e senso di appartenenza. Mi piacerebbe che, attraverso il ddubbotte, potessero sentire l’Abruzzo un po’ più vicino».
La notorietà è arrivata anche grazie a un video diventato virale sui social. Che cosa accadde su quell’aereo?
«Ero su un volo diretto in Lussemburgo e iniziai a suonare l’organetto, coinvolgendo le persone a bordo. Si creò spontaneamente un clima di festa, pieno di energia e allegria. Il video di quel momento ha raggiunto circa quattro milioni di visualizzazioni e ha suscitato molta curiosità nei confronti della mia musica. È stata una sorpresa enorme e mi ha permesso di farmi conoscere da un pubblico molto più ampio».
Come immagini il futuro di “Radici Sonore”?
«Vorrei continuare a unire tre elementi per me inseparabili: la musica, le radici e il sociale. Attraverso l’associazione intendo ampliare le attività negli ospedali, nelle scuole, nelle strutture residenziali e nelle carceri. Vorrei anche avvicinare i giovani alla musica popolare, utilizzando linguaggi e strumenti di comunicazione più vicini alla loro quotidianità. La tradizione non deve rimanere immobile o appartenere soltanto al passato, ma può continuare a vivere e rinnovarsi senza perdere la propria autenticità. Il mio desiderio è far conoscere sempre di più la musica popolare abruzzese e utilizzarla per creare relazioni, portare gioia e offrire momenti di sollievo a chi ne ha maggiormente bisogno».
A cura di Franca Terra