Un libro svela la precarietà del giornalista

Un semplice questionario sottoposto a 118 giornalisti abruzzesi, professionisti e pubblicisti, con un “porta a porta” nelle redazioni ha tracciato un bilancio inquietante per il giornalismo abruzzese. E’ questa, in estrema sintesi il contenuto del libro “Identità Sospese” di Patrizia Pennella, centoventi pagine in cui si racconta il precariato attraverso testimonianze anche drammatiche, esilaranti vignette e appelli accorati. Non a caso uno dei fini del libro è quello di formare «una massa critica» per una «grande vertenza occupazione».

Il libro è arricchito dai contributi di: Franco Siddi (segretario nazionale Fnsi), Roberto Di Natale (presidente Fnsi), Andrea Camporese (presidente Inpgi), Carlo Verna (segretario Usigrai), Giovanni Di Bartolomeo (Università di Teramo), Giovanni Rossi (segretario generale aggiunto e responsabile del Dipartimento Uffici stampa Fnsi), Antonio Fragassi (giornalista), Alessandro Biancardi (direttore del quotidiano PrimaDaNoi.it), e Maria Grazia Quaranta, in arte Giò (vignettista).

Vediamo di dare un’idea di quello che il libro ha scoperto.

Anzitutto il mondo della stampa ha più giornaliste che giornalisti. Attualmente, il numero delle praticanti supera leggermente quello dei praticanti, cosa strana per quello che una volta era considerato un lavoro molto maschile. Ciò si può notare anche nella composizione del campione che ha risposto al questionario: anche qui infatti, la forbice tra maschi e femmine, si è sensibilmente ridotta. Sono 65 gli uomini e 53 le donne. La fascia di età che incide maggiormente sul totale è quella tra i 31 e i 40 anni (24 uomini e 24 donne), seguita dai 41-50enni (18 uomini e 13 donne). Non ci sono risposte di donne oltre i 60 anni, 3 sono invece gli uomini. Alla professione il 71,7% delle donne arriva con una laurea, contro il 36,92% degli uomini. Le diplomate invece sono il 20,75% contro il 50,77% degli uomini.

Il dato più preoccupante che esce dal libro è che vivere con lo stipendio da giornalista è un’impresa ardua al punto che molti per necessità, lavorano in tanti settori. Il 5,66% delle donne ascoltate e il 7,69% degli uomini si barcamena con più di cinque collaborazioni differenti, il 28,30% delle donne e il 26,15% degli uomini ne dichiarano due. I giornalisti quindi sono, per la maggior parte, poliedrici. Scrivono per quotidiani, per agenzie stampa, uffici stampa, tv, radio. Ma qui nascono in problemi legati all’informazione che creano danni al lettore.

Infatti, come scrive Pennella:

Il problema non è (o non è solo) come vogliamo credere, legato alle nuove tecnologie, piuttosto a una filosofia diversa dell’offrire informazione, più attenta al consumo che alla qualità della notizia. Ci si ritrova a scrivere e smerciare la stessa notizia (con linguaggi diversi) per un quotidiano e per l’ufficio stampa di un politico o di un ente che ci ha affidato un contratto volante.

Uno stesso giornalista – e in Abruzzo ci sono molti casi – potrebbe scrivere il comunicato stampa del politico “Tizio” (lavorando nell’ufficio stampa), poi andare in redazione e trovarsi a dover impostare un articolo usando il proprio comunicato.

Continua Pennella:

Il risultato, sul piano della diffusione è devastante: in questo modo i canali di trasmissione e di valutazione si riducono drasticamente e l’omologazione, soprattutto su un territorio relativamente piccolo, si fa sempre più marcata. Le garanzie diminuiscono dunque sotto tre profili: quello economico del giornalista, quello della qualità del prodotto e quello dell’offerta all’utente finale che vede assottigliata la possibilità di confronto.

Dalla analisi dei dati emerge inoltre che per circa un intervistato su tre la professione giornalistica contribuisce alla propria formazione del reddito per meno del 50% (per un giornalista su quattro il contributo non arriva al 20%).
Solo per il 10% dei giornalisti riceve un trattamento economico che contribuisce alla formazione del reddito per una percentuale tra l’80% e 100%.
Uno sguardo rapido ai numeri: tutti i professionisti, uomini e donne, naturalmente vivono esclusivamente del guadagno giornalistico, così come i praticanti. Tra i pubblicisti: il 37,74% delle donne è impegnata esclusivamente nel nostro settore, così come il 30,77% degli uomini; ugualmente, il 30,77% degli uomini ha un primo lavoro e il 6,15% non vive di solo giornalismo, pur avendolo come attività principale; tra le donne il 13,21% ha un primo lavoro e il 9,43 non esercita la professione in maniera esclusiva. Complessivamente il 67,92% delle donne e il 61,54% degli uomini esercita esclusivamente la nostra professione, l’11,32% delle donne e il 6,15% degli uomini affianca un’altra attività (come possono essere le lezioni private), il 16,98% delle donne e il 30,77% degli uomini ha un primo lavoro.

Con quali contratti i giornalisti fanno queste collaborazioni? Il sondaggio rivela che tra le donne il 66,04% ha un contratto, generalmente un co.co.co. o soluzioni similari e che lo stesso discorso vale per il 58,46% degli uomini, ma l’altra faccia della medaglia ci parla del 32,08% di donne e del 40% di uomini che non sono garantiti da alcun atto con l’azienda. Quindi garanzie quasi nulle.

Fare il giornalista dunque è sempre più difficile dunque e forse ormai è un mestiere per soli sognatori. Il nostro mondo si trova a vivere un paradosso: in un’epoca sepre più diminata dai mezzi di informazione Chi quella informazione la fornisce è colui che viene messo nelle condizioni peggiori per svolgere il proprio lavoro.

Anche questo è progresso…