“La città che voleva volare”: confronto con la scrittrice del libro, Patrizia Tocci

lacittachevolevavolareL’AQUILA – La scrittrice e insegnante Patrizia Tocci ha presentato recentemente la sua ultima creazione dal titolo La città che voleva volare, opera in prosa sui drammi dello scorso sisma che ha distrutto il capoluogo abruzzese. Il componimento fa parte della raccolta Diacromie che la Tocci intendeva pubblicare già da tempo, ma proprio a causa del terremoto ha dovuto rinviare il suo progetto. Così alle prime due sezioni già preparate ne ha aggiunta una terza sorta appunto dopo il terribile evento del 6 Aprile.

Patrizia Tocci, nata nel paesino aquilano Verrecchie, non ha desistito al desiderio di descrivere le sofferenze e il panico della sua popolazione costretta ad abbandonare tutto ciò che possedeva sotto cumuli di macerie e polvere e fuggire dove in luoghi più sicuri. Ben cosciente dell’arduo obiettivo prescelto in quanto non sempre è fattibile tradurre in parole scritte le idee e soprattutto le sensazioni percepite in simili circostanze. Ma lei tenace ci ha provato perché desidera,come tanti suoi compaesani, che L’Aquila e tutti i paesi del cratere tornino alla vita di prima,di sempre.

Ci siamo confrontati con lei tramite delle semplici domande che riportiamo di seguito:

– Il titolo della sua opera è LA CITTÀ CHE VOLEVA VOLARE, come mai questa scelta?

R – Il testo in questione,  che chiude il libro, è stato scritto tra il dieci e il 18 aprile mentre mi trovavo  a Roma,  ospite nell’immediata emergenza di mia sorella. Era una considerazione sul volo, sentito come negativo, perché le città non debbono volare. Sono costruite per  “restare a terra” e custodire i sogni e le paure degli uomini e delle donne. Quindi il mio titolo va esattamente in senso contrario alla connotazione immediata che il nome della città potrebbe suggerire; devono essere gli uomini e le donne dell’Aquila a curarla, farla rivivere ed ancorarla, dopo questo terribile disastro, con maggiore sapienza alla terra.

– Come altri suoi colleghi anche lei ha provato a descrivere la realtà e le sensazioni presenti in seguito al disastroso sisma dello scorso aprile; ma crede che esistano davvero nel nostro lessico parole adatte per esprimere le sofferenze e i timori avvertiti alle persone non coinvolte direttamente?

R – Anche coloro che tornavano dai lager,  i reduci di qualsiasi guerra fanno fatica nel far conoscere agli altri la propria esperienza, ma le parole , con tutti i tradimenti e le traduzioni,servono proprio per comunicare. Il mio libro racconta la città prima e dopo il terremoto; racconta la nostalgia e la tristezza ma anche la speranza e la voglia di ricominciare.

– Pensa che in futuro L’Aquila e i paesi del cratere possano tornare a ‘creare’ nell’arte letteraria oppure questo fenomeno ha segnato i letterati del territorio da avere parole solo per descrivere le conseguenze disagevoli post-sisma?

R – Credo che anche l’elaborazione di un lutto debba,  per essere davvero efficace prevedere i due momenti: una elaborazione singola ed una collettiva. Stiamo tentando proprio di fare questo, ricordando i tempi felici e continuando a lottare perché possano tornare. Condividere quindi ricordi e speranze è un continuo affinare la parola poetica perché diventi testimonianza valida per chi ha vissuto quell’esperienza, ma anche una finestra alla quale affacciarsi per chi non l’ha vissuta direttamente .

– Da aquilana, in quanto nativa di Verrecchie, crede che la forza e il coraggio di reagire che hanno dimostrato di possedere i suoi concittadini sia stato utile per metabolizzare le lesioni interiori che ha lasciato lo scorso sisma oppure solo uno stato d’emergenza per provvedere alle necessità?

R – La nostra gente è fiera e caparbia, non lascia trapelare facilmente le emozioni. Sulle mura del  forte spagnolo c’è scritto “ad reprimendam audaciam aquilanorum”; gli aquilani non mettono facilmente in piazza emozioni e pensieri;  in questi mesi,  nonostante una terribile esposizione mediatica si sono sottratti alle telecamere, spesso hanno disertato le passerelle.

– Una domanda che in molti si fanno dal 6 aprile e ci farebbe piacere anche la sua opinione: davanti ad un simile evento catastrofico presagito dagli strumenti, ci siano solo due  alternative: non fare nulla o sgomberare un’intera città? Possibile che non esistano vie di mezzo?

R – Certo: d’ora in poi purtroppo tutte le città si doteranno di piani di evacuazione, creeranno punti di raccolta, allestiranno centri di smistamento temporanei, faranno esercitazioni di evacuazione nelle scuole e negli uffici: insomma un piano di emergenza. Per noi, nell’emergenza, tutto questo  è mancato. Ci sono state date ampie ed inutili rassicurazioni a cui abbiamo voluto credere. Speriamo, proprio per averlo sperimentato direttamente che non accada più.

– Dalla sua esperienza di scrittrice, insegnante e confrontandosi con le persone residenti nel cratere, crede che una città maestosa e piena di storia come L’Aquila possa ridare, in futuro, fiducia e quel senso di protezione ai suoi cittadini che, immagino, essi avranno perso in quelle sere dello scorso aprile quando sono stati costretti a fuggire di fretta in luoghi più sicuri perchè la loro città che li aveva contenuti e anche protetti in certo senso con abitazioni, lavoro, scuole per i figli e negozi andava distruggendosi in pochi istanti?

R – Credo di si. l’attaccamento e la tenacia che dimostrano gli aquilani nei confronti della città e dei piccoli paesi, la voglia di ricostruzione, il desiderio di riaprire spazi che facciano di nuovo crescere il tessuto sociale, mi fa ben sperare. Le nuove scuole e quelle che sono state ristrutturate sono sicure. Così sarà per gli altri palazzi e le case che verranno ricostruite;  certo non si potrà ricostruire quella antichità, quella patina del tempo che rendeva questa città davvero particolare. Ma io non credo che ci sia bisogno di cambiare molto nella ricostruzione. Alcuni abbattimenti saranno necessari, per altri si salveranno persino le pietre.